Luglio 9, 2008

Il massaggio Kungh- Fun Cha

Trovarsi a 50 anni a cambiare completamente il proprio lavoro, in una specialità diversa da quella in cui ti sei professionalmente affermato, non è facile.

“Stai facendo la più grande stronzata della tua vita” tuonò il Capodipartimento di Medicina che si ritrovò fra le mani il compito coatto di disegnare con me un tempo di “riconversione professionale” da ginecologo a palliativista . Dopo due mesi in un Reparto Medico,  a riprendere in mano gli strumenti della Medicina non specialistica (fonendoscopio, martelletto, terapie mediche), e non sapendo bene chi fossi e dove andassi, fui sbattuta nello studio del collega oncologo a cominciare a farmi un’idea di cosa fosse il reparto in cui mi sarei trovata a lavorare.

Notte buia. Visto che non dovevo imparare a far l’oncologo non mi fu dato né un foglio stampato dove studiare qualcosa per capire né fu detta una parola per spiegare cosa si facesse. Osservavo: non avevo nient’altro da fare…

Venne Liliana, smunta e spaventata… mentre attendeva per la visita mi raccontò che era lì per una biopsia ossea perché sospettavano avesse un linfoma. Il giorno prima aveva fatto una biopsia della tonsilla ma la pinza non tagliava bene e piangendo mi raccontò i ripetuti falliti tentativi di strapparle brandelli di tessuto… “Vedrà che qui non le succede nulla, non le faranno male…” “Ma è sicura??? È una biopsia ossea!” “Biopsia ossea: è semplicissima!” – e chi l’aveva mai vista fare?! -” in ogni caso io starò sempre vicina a lei, glielo prometto”.

Si spogliò e si distese sul lettino: la larga paccioccosa schiena tremava ed io vi appoggiai le mani per farle capire che ero lì, dietro la sua testa, non la mollavo. Assai preoccupata, osservavo nel frattempo il collega preparare una sorta di cavaturaccioli che evidentemente le doveva infilzare attraverso la cute, l’adipe ed il muscolo fino all’osso… Oddio! Il periostio trafitto, che male boia doveva essere… altro che “semplicissima”!

La schiena si rilassava sotto il calore delle mie mani. “Liliana – le sussurrai nell’orecchio mentre l’infermiera preparava il campo- vuole che le faccia un massaggio sulla schiena così si rilassa???” “Massaggio? Ma lei è ginecologa non fisioterapista!” “Si, son ginecologa ma ho fatto tanti corsi strani, sa, il Consultorio …. “. “E che massaggio mi fa?” “Una cosa carina, semplice… – dissi mentre mi sforzavo di inventare un nome nell’assoluta confusione delle emozioni contrastanti -… si chiama Kungh- Fun Cha! Si fidi…”.

Il gran dorsale non era più  teso come la corda di un violino ma morbido come l’impasto di una soda pasta da pizza ed al suo “Ok” io via, ad impastare, con delicatezza come per non far smontare la levatura… Che altro può fare uno che fa una cosa che non ha mai fatto, se non pensare a qualcosa che sa fare bene?  Il muscolo si lasciava “domare” ed io ne ero compiaciuta ma “ Oddio, se qualcuno lo racconta fuori di qui mi licenziano!-  pensai continuando con gran lena il mio massaggio- Io non sono una fisioterapista…. ma adesso sono in gioco e devo giocare…”  mi dissi fissando con terrore la punta dell’ago da biopsia pronta ad essere scappucciata, mentre riaffiorava alla memoria il piacere provato in un giochino della pioggia fatto nelle esercitazioni sulla corporeità  alla scuola di sessuologia. Le dieci dita picchiettavano il muscolo qua e là, con un ritmo incalzante della pioggerellina che si trasforma in un tremendo acquazzone estivo e, mentre l’ago iniziava il viaggio a trafiggere, venne la grandinata con tutta la forza delle mie dita che si infilavano nel muscolo pronto ormai a lasciarsi penetrare e sollecitare ancora più in profondità. L’ago, dopo una serie di sicuri e veloci avvitamenti, fu tolto ed io tornai ai grossi goccioloni estivi privi ormai della consistenza del giaccio (le carotine dell’osso sono ormai deposte nei vasetti pieni di liquido chiaro, alle goccie fitte (si toglie la garza sterile e si fissa la nuova medicazione compressiva)  e poi sempre più rade, al ritmo sempre più lento. Tic….tac, qua e là…

“Signora, scenda pure  dal lettino e si rivesta” sollecita il collega infastidito da quel movimento fuori luogo delle mie dita, di cui forse solo adesso s’accorge.

“Dottore, forse lei non se lo ricorda! Io son qui oggi perché Lei mi deve fare anche la biopsia, non solo la visita”. Ci volle del tempo alla povera Liliana per capire che davvero tutto era finito senza che lei se ne rendesse conto: era incredula e contenta.

Io anche ma a quel punto realizzai che stavo vivendo la stessa situazione di quando  in Consultorio dovevo infilare lo IUD nell’utero e , per evitare fastidiosissimi riflessi vagali nel superare l’orifizio uterino interno,  ubriacavo le pazienti di stimoli diversi (uditivi, prevalentemente, visto che in quel caso le mie mani erano entrambe impegnate nell’intervento ) e la loro mente rimaneva ancora  in tranquilla attesa d’essere informata su quando sarebbe giunto il “momento duro” fino al momento in cui io, con tutta tranquillità,  mi sfilavo ormai i guanti e dicevo : “Ora può scendere, abbiamo finito”. “Ma come posso scendere ?  non me la mette la spirale?” “già fatto…” “Ed io che aspettavo ed ascoltavo quella ricetta così strana di minestra di arachidi di cui parlavate con l’ostetrica mentre vi stavate preparando all’intervento…” “ Se non le è andata di traverso la minestra, può sempre provare a farla: è deliziosa e farà una gran bella figura con i suoi amici”. Nel PC ho ancora il file della ricetta che, a richiesta, ho anche stampato.

Son passati sette anni, Liliana sta bene ed ogni volta che ci incontriamo mi abbraccia e si rammarica che il massaggio Kungh- Fun Cha non esista davvero e non lo possa fare per star ancora meglio… Io le ho spiegato che è irriproducibile perché nasce dall’impossibilità di rimanere impassibili dinanzi al soffrire dell’altro e la professionalità è esattamente fare bene ciò che il proprio ruolo impone ascoltando il cuore, in quel contesto: ero un medico, avevo almeno l’idea che la sollecitazione della sensorialità poteva distoglier la mente dal concentrasi sulla paura e sul dolore, avevo due mani libere dal fare qualsiasi altra cosa e le ho usate come sentivo in quel momento di fare. Ero sicura come medico di non poterle, in ogni caso, fare del male ed ero del tutto impreparata, come lei,  ad un simile esito finale, che non dipendeva solo da me: era stato il suo fidarsi di me, il suo abbandonarsi come una bambina fra le braccia della mamma che mi aveva guidato, dando competenza al mio movimento. Ma ben altro lei mi aveva regalato: il sapere di poter stare con tranquillità in Oncologia, con un ruolo diverso dalla cura della malattia, accanto alla sofferenza, per palliare, con gli strumenti professionali che via, via avrei acquisito ma soprattutto ascoltando con il cuore. Non ci sarebbe mai stata un’altra occasione di massaggio Kungh- Fun Cha fra di noi.

 

Esattamente come nel divenire madre, la circolarità del dare e ricevere, si basa sulla capacità di ascolto di ciò che l’altro ti dice: sei tu che fai il figlio solo se permetti al figlio di farti madre, con l’umiltà che deriva dal riconoscimento dei nostri inevitabili limiti,  ma anche confidando sulle immense risorse che stan dentro di noi.

Se le risorse stan dentro di noi e dobbiamo trovare solo il modo di farle uscire nell’attrezzarci per la vita personale, altrettanto deve valere per quella professionale.

Troppi operatori vanno in pensione con dentro giacimenti di diamanti inesplorati: la paura di perdersi nello scendere nelle viscere non farà mai brillare la loro luce e li renderà scientificamente simili a pezzetti di carbone.

 Annalisa

 

 

 

Luglio 7, 2008

Reciprocità

La proprietà riflessiva del toccare, e cioè il fenomeno per cui quando si tocca un oggetto si viene inevitabilmente toccati dall’oggetto stesso, è particolarmente interessante nella nostra esperienza con le persone malate. Credo che questa particolarità, durante il massaggio o al semplice contatto intenzionale, favorisca l’instaurarsi di una comunicazione immediata tra le due persone. Aggirando le speculazioni razionali, il semplice contatto ci mette in relazione, ci dice qualcosa dell’altro: a noi parla della persona di cui ci prendiamo cura, a lei parla di noi. Non solo, ci rende entrambi partecipi del tono affettivo ed emozionale che accompagna quel semplice gesto. Il tono a cui faccio riferimento è quello che in psicomotricità viene definito come una particolare presenza di tensione affettiva percepibile dall’altro. Ad esempio, il piccolo bambino, anche se non è in grado di elaborare un pensiero costruito, percepisce lo stato emotivo della madre dal tono con cui lo tiene in braccio, e allo stesso tempo, la madre sente lo stato emotivo del suo bambino. Nelle relazioni di cura, operatore e persona malata si percepiscono vicendevolmente, a volte in un modo che ricorda molto da vicino quello tra madre e figlio. Tralascio volutamente l’importanza dell’orientamento etico dell’operatore in tale situazione per tornare al fenomeno della reciprocità del tocco durante il gesto di cura. Un fenomeno reciproco implica una reazione da parte di entrambi i soggetti interessati dal contatto, ma fino ad ora sembra che si sia approfondito solo ciò che accade in una singola direzione. Molto si è detto sulla capacità del nostro tocco di curare, guarire, confortare la persona malata, ma molto poco è stato detto sugli effetti che tale contatto può avere sull’operatore. Anche se le suggestioni, le immagini e le fantasie che vengono suscitate in noi in questi momenti sono ricche di informazioni, personalmente avverto una tendenza ad oggettivarle come altro da sé.  E’ più facile dire “sento che questa persona mi sta trasmettendo energia negativa”, piuttosto che chiedersi quale sia la natura di questa particolare sensazione. Ad esempio, esistono transfert negativi che possono rivelarsi ricchi di implicazioni positive se portati alla luce e interpretati in supervisione, e il fenomeno può funzionare nei due sensi, aumentando lo spettro delle possibilità di interpretazione. Non sono d’accordo nel limitare le osservazioni ad un solo polo comunicativo: sarebbe come dare al malato l’unica valenza del ricevente. Ciò presume che chi cura abbia aprioristicamente un potere sull’altro, o delle caratteristiche speciali. Tutto questo mi ricorda inevitabilmente quei rituali magici in cui la gestualità ha la funzione di catalizzare le formule di incanto. Quando il malato dice che abbiamo le mani d’oro o che nessuno sa toccarlo come noi, in me scatta sempre un allarme: perché se a lui può essere di un ancestrale conforto sentirsi nelle mani di un operatore con il potere di guarirlo, è anche vero che noi possiamo sentirci talmente gratificati da questo da perdere lucidità nel rapporto di cura.

In secondo luogo, attribuirsi tutto il merito di un benessere raggiunto tramite il contatto, significa espropriare la persona delle sue stesse potenzialità di auto guarigione, e le sue prerogative comunicative e/o terapeutiche nei nostri stessi confronti. E’ vero che la comunicazione è spesso asimmetrica in quanto a questo, ma non credo di poter asserire di non aver mai ricevuto un benessere personale e profondo dal contatto con le persone di cui mi sono presa cura. Se le definizioni sono importanti, credo che le parole tocco terapeutico esprimano solo una parte della relazione che si instaura tra operatore e persona malata e che, comunque, si prestino all’ambiguità di attribuire a chi cura poteri di guarigione che affondano, a volte pericolosamente, nella mitologia ancestrale che tutti portiamo con noi.

Patrizia Brugnoli

Luglio 1, 2008

Il caso del mese.Il signor Bianchi

Inizia con questo contributo la serie dei casi che vorremmo portare alla discussione di tutti. Per lasciare i vostri commenti potete scrivere a

gestidicura@libero.it

oppure chiedere un nome utente direttamente a:

www.wordpress.com, selezionando la lingua italiana.

 

Mercoledì 25 giugno

Dopo il giro delle visite in reparto, la dottoressa richiama la mia attenzione sul signor Bianchi, a causa del suo allettamento protratto. In separata sede mi rende edotta delle condizioni del malato e delle indicazioni mediche, ma trovo interessante che al signor Bianchi lei dica: “Allora, le mando la nostra fisioterapista. Le fa piacere avere dei massaggi?”. Il signor Bianchi risponde affermativamente, ma non sembra del tutto convinto.

Le indicazioni in realtà riguardano la complessità del trattamento rivolto alla sindrome da immobilizzazione, ma la dottoressa, che ha sviluppato una certa sensibilità al tocco, ha sentito di dover chiedere al signor Bianchi di farsi massaggiare. Inizio quindi l’osservazione dopo essermi presentata. Il signor Bianchi, che ha sempre rifiutato di alzarsi nonostante sia stato più volte incoraggiato dalle infermiere, non ha deficit focali, non ha dispnea, non ha problemi cardiovascolari. Sembra che le localizzazione cerebrali del LNHDG abbiano provocato in lui solo una sorta di alienazione dal mondo, uno stato di silenziosa ignavia. Tiene gli occhi prevalentemente chiusi, sta perfettamente immobile con le braccia ai lati della persona. Se interrogato risponde a monosillabi o con il minor numero di parole possibili. La cute è lucida e tesa, la mano sinistra è gonfia, il braccio destro è bloccato da una agocannula. Ha il catetere vescicale e, sotto le lenzuola, è nudo. E’ pulito e odora di buono, i capelli sono lunghi e grigi come chi è abituato a portarli così, ma i piedi sono incrostati e la pelle delle piante è sollevata. Mi ricorda un Lazzaro dimentico di se stesso.

 

Giovedì 26 giugno

Mi avvicino al signor Bianchi e gli chiedo se desideri essere massaggiato. Gli spiego come vorrei procedere e lui acconsente. Mi metto alla sua sinistra e comincio il massaggio della mano sinistra, poi passo al braccio e alla spalla. Continuo con la mobilizzazione della scapola, sempre con gesti molto leggeri e lenti. Non parlo e lui tiene gli occhi chiusi. Ad un tratto li apre e mi guarda e io gli chiedo se ha problemi con gli occhi. Mi dice che li sente sporchi. Finito con l’arto superiore vado a prendere un po’ di fisiologica e una garza in tessuto non-tessuto. Detergo gli occhi e procedo con il massaggio del viso e della testa. A questo punto lui è ben sveglio e partecipa ai miei movimenti, anche se silenzioso. Mi siedo alla sua destra e mi occupo della mano e della spalla, temendo che i movimenti del braccio possano danneggiare l’inserzione dell’ago, o procurare dolore. Inizio a parlare e gli chiedo di ricordare di fare spesso il pugno con entrambe le mani per evitare che si gonfino. Chiedo se posso scoprire le gambe e al suo assenso faccio il wrapping con molta cura. Le gambe conservano ancora una forma ben tornita e passo a eseguire uno sfioramento lungo, cercando di enfatizzare il movimento a livello dei tendini dietro il ginocchio e delle caviglie. Poi passo ai piedi. Fa molto caldo e con le altre garze in tessuto bagnate di fisiologica umidifico la pelle secca dei piedi. Poi, utilizzando una crema molto grassa, lascio le piante con un bel impacco mentre massaggio i piedi.

Mentre sto finendo, arriva il medico curante del malato e gli chiede cosa desideri fare dato che le dimissioni sono vicine. Lui appare più presente e dice di voler tornare a casa sua, ricorda la zona e parla con chiarezza. Al termine del colloquio ci saluta tutti.

 

Venerdì 27 giugno

Entro nella camera del signor Bianchi e lo trovo addormentato. Apparentemente non è cambiato niente nella sua posizione, né nel suo comportamento. Ma non appena mi avvicino al letto, lui apre gli occhi e mi saluta con un sorriso. Parla un po’ di più e soprattutto con iniziativa. Mi dice che vorrebbe andare a casa e che sta aspettando di fare una cura. Chiede di cominciare con il massaggio delle mani. Lo stato della pelle sembra migliorato. Ripropongo in silenzio la stessa procedura del giorno prima. La mano sinistra è completamente sgonfia, lui sorride e mi dice che ha fatto il pugno tutto il giorno. Al massaggio della testa è particolarmente rilassato ma non dorme. Anche i piedi sono in migliori condizioni e posso procedere con il massaggio. Al termine del trattamento chiedo se è disposto ad andare seduto. Temendo una crisi lipotimica, dato il lungo tempo di allettamento, chiedo di potergli mettere un paio di calze antitrombotiche. Non sono una delizia e fa molto caldo, ma lui accetta e, appena messe le calze, esce con le gambe dal letto e si mette seduto senza alcun aiuto. Poggia i piedi per terra e si sistema. La dottoressa entra proprio in quel momento e gli chiede come sta. Lui ammette di stare meglio. Dopo circa 10 minuti sente un capogiro e lo rimetto a letto. Ci diamo appuntamento per la prossima settimana.

 

Martedì 1 luglio

Stessa cerimonia del risveglio. Non mi ricorda più Lazzaro, ma la Bella Addormentata, a cui sia necessario fare un massaggio perché si svegli. Dopo il colloquio di rito, che mi serve per comprendere se posso procedere, ripropongo tutta la sequenza. Il signor Bianchi precede i miei passaggi porgendomi ora una mano, ora il piede. Tuttavia, credo che apprezzi più di ogni altro il massaggio alla testa e al viso. Parla con lentezza ma senza essere stimolato e commenta con spirito fatti del reparto.

Nel pomeriggio è stato dimesso, è andato a casa con il supporto dell’assistenza domiciliare.

Giugno 30, 2008

Mese di Giugno

Finisce il mese di Giugno ed inzia il periodo estivo in cui avremo meno occasioni di incontrarci. Il blog sarà comunque attivo e potrete inviare i vostri interventi, anche se la loro pubblicazione potrebbe subire dei ritardi. Ringraziamo tutti coloro che si sono messi in contatto o che hanno semplicemente visitato il blog e auguriamo a tutti un buon periodo di vacanza.

Gesti di Cura

Giugno 29, 2008

Il corpo che ho o la persona che sono?

Nascere, crescere in un certo ambiente culturale plasma, o contribuisce a plasmare, il nostro pensiero. Ciò è evidente per quei concetti che ci vengono insegnati da ragazzi e che crescendo scegliamo di accettare o di ricusare. E’ molto meno evidente quando i concetti non vengono enunciati come tali, ma si trasformano in una forma mentale, in un modo di funzionare della nostra psiche, molto spesso in modo inconscio. In questo modo, un concetto etico rifiutato razionalmente può trasformarsi in un comportamento inconscio e farci prendere posizioni diverse da quelle che avremmo mai pensato, se solo ci fosse stato concesso di avere il tempo necessario per rifletterci su.

Come operatore della salute mi accorgo di cadere spesso in trappole che antichi e apparentemente superati presupposti hanno sistemato sul mio percorso personale e professionale. La più resistente, infida e pericolosa è quella del dualismo cartesiano, della separazione tra fisicità e spiritualità, tra corpo e mente.

Ci cado tutte le volte quando credo che oggettivare l’esperienza corporea serva a spiegarla. Ci cado ad esempio quando penso che enucleare il dolore dalla persona che lo accusa serva a comprenderlo. Ne sono di nuovo vittima tutte le volte che identifico l’altro con un pregiudizio. Ogni volta che attribuisco all’immagine un contenuto semplicistico opero una separazione tra ciò che vedo e l’esperienza della persona, il suo sentire, ma ancora di più separo il suo Essere dalla forma fisica, dal sintomo, contrapponendo ancora una volta fisico e non-fisico. Sono in trappola definitivamente quando penso al mio essere operatore come qualcosa a sé, senza la persona alla quale il mio operato è diretto.

E ciò vale anche per i gesti di cura.

Parlando di gesto[1], non posso effettuare alcuna scissione. Il gesto non è solo movimento, né solo azione prassica, ma ha un connotato squisitamente relazionale. Nel gesto è insito chi lo esprime, ma anche chi lo riceve. Se la mia intenzione è di comunicare qualcosa all’interno di un dialogo, dovrò cercare un canale e un codice adeguati, dovrò curarmi del contesto e delle implicazioni che il mio gesto comporta.

Una riflessione etica è quindi quello che sostiene il nostro gesto, il movimento della nostra mano in quella che viene definita la nostra “intenzione”. Ecco quindi che l’atto dell’assistere nel contesto di cura si unisce al pensiero, nell’unità bio-psico-sociale dell’operare e anche della persona malata a cui è diretto e dal quale viene ispirato.

 

Patrizia Brugnoli


[1] Gèsto  (Dizionario della Lingua Italiana De Mauro, 2007)

 movimento, spec. del capo, della mano o del braccio, che accompagna la parola o con cui si esprime un pensiero, un desiderio e sim.: un g. di rifiuto, di rabbia, un g. eloquente, comunicare, esprimersi a gesti

Giugno 26, 2008

Wrapping

Significa letteralmente imballare, proteggere, avvolgere, ma è anche la parola inglese usata per l’azione con cui copriamo la persona prima di praticare un massaggio o una qualsiasi altra cura direttamente su suo corpo. Quando l’azione diviene intenzionale, in modo che la persona si senta preservata, protetta e rispettata, diventa un gesto di cura.

Le modalità di wrapping, vale a dire tutti i diversi modi che possiamo utilizzare per proteggere l’intimità e il senso di calore della persona di cui ci prendiamo cura, vanno dalla posizione nello spazio all’uso di lenzuola, coperte od abiti. Per quanto riguarda la nostra posizione rispetto all’ambiente in cui si procede al massaggio o alla medicazione, gli operatori abituati ai reparti ospedalieri o alle residenze di assistenza hanno imparato a muoversi in modo da tenere riparata la persona dallo sguardo dei presenti.

Un’altra modalità protettiva può consistere nella posizione in cui chiediamo al malato di porsi per ricevere la nostra cura, a quella in cui lo posizioniamo, quando non ha la capacità di spostarsi da solo. Nonostante sia molto “esposta”, la posizione supina è quella che risulta essere maggiormente preferita dalle persone degenti: oltre a permettere un controllo dell’ambiente, permette anche di controllare se stessi e di essere controllati, in caso di malessere o pericolo. Quindi, non sempre viene assunta per comodità. Quando è possibile, dato che la nostra presenza conforta il malato e gli fa sentire che qualcuno “vigila”, se dobbiamo eseguire qualche procedura, o un massaggio per cui gli staremo accanto per qualche tempo, favoriamo il cambiamento della posizione, seduta o sul fianco, magari facilitando il mantenimento del controllo ambientale.

La preservazione dallo sguardo degli altri è una prerogativa che viene spontanea all’operatore, in particolare riguardo a quelle parti del corpo che vengono considerate intime. Tuttavia, è necessario richiamare una maggiore attenzione nei confronti di altre situazioni: ci sono infatti persone che preferiscono limitare il contatto con la pelle e che, pur ricevendo volentieri un massaggio sulla schiena, non desiderano spogliarsi, né ciò sarebbe indicato per la presenza ( ad esempio in stanza di degenza) di altre persone. In questi casi, ricordiamo che abbiamo modalità di contatto che permettono di praticare un buon tocco anche se la persona che lo riceve rimane vestita. Altre volte, chiediamo al malato di “rilassarsi” prima di una procedura d’assistenza e scopriamo che tale rilassamento diviene più facile se la persona viene salvaguardata, anche se è già vestita. La determinazione dei confini del corpo e la loro gestione fanno parte del senso di autonomia e di autodeterminazione che identifica una persona.

Fare un buon wrapping ci dà quel tocco in più che fa comprendere alla persona malata l’attenzione che mettiamo nel nostro lavoro e il rispetto per l’identità dell’altro.

Sarebbe interessante conoscere diverse osservazioni sulle possibili modalità di wrapping nei diversi contesti di cura…

 

Gesti di cura

Giugno 24, 2008

Sullo spazio personale e sul contesto

Quando camminiamo per la strada, saliamo con altre persone su un ascensore, ci sediamo a mensa o al ristorante, ci comportiamo in modo prevedibile. Gli antropologi hanno studiato l’aspetto culturale di questi fenomeni, gli psicologi ed i neuropsicologi ne hanno analizzati gli aspetti relazionali e cognitivi.

Ognuno di noi vive in uno spazio personale che può dilatarsi e restringersi secondo l’opportunità l’adeguatezza o la necessità indotta da istanze personali o ambientali. Dal momento che siamo animali sociali, rendiamo elastico il nostro confine in modo da co-abitare con altre persone e con il loro spazio.

Il confine di questo spazio è modulato dalle circostanze e così, ad esempio, quando andiamo dal parrucchiere è previsto che le sue mani vengano in contatto con i nostri capelli, ma un gesto delle dita, anche se leggero, che sfiorasse il nostro viso sarebbe causa di un leggero senso di allarme interiore.

Ogni gesto o le sue modulazioni scatenano piccole reazioni di allerta ogni volta vengano vissute come incongrue al contesto. I fattori che normano questa “legge” sono innumerevoli e non dipendono solo dall’ambiente in cui viviamo, ma anche dalla nostra personalità e dalle sue rielborazioni. Sono tante le cose che come umani condividiamo: la gioia, la sofferenza, il senso di benessere o la tristezza…eppure, ognuno di noi vive queste sensazioni in modo diverso, anche se viviamo nello stesso contesto culturale. La consapevolezza di queste differenze è alla base dell’umiltà del nostro desiderio di essere bravi professionisti: se non ci faremo travolgere dalla fretta e dalle cattive abitudini ( come quella di non ascoltare), ogni volta che ci avvicineremo ad una persona instaureremo un dialogo silenzioso pronto a verificare se il nostro operato sia efficace e gradito. Una posizione di questo tipo si può comunicare anche senza l’uso di parole: la posizione del corpo, l’orientamento dello sguardo, la velocità dei movimenti ed il tono possono essere ugualmente indicativi.

Ma torniamo ancora per poco a ciò che fa scattare l’allarme che ci indica un comportamento incongruo. Le basi antropologiche di questi criteri sono antiche e molto profondamente radicate nell’inconscio. Hanno stretti legami con ciò che siamo, dove viviamo, le esperienze culturali ed ambientali nostre e del gruppo di appartenenza. Uno dei fattori che servono ad incasellare i comportamenti è il ruolo sociale rivestito. Se trasportiamo questo nel nostro quotidiano, possiamo verificare che ognuno di noi si aspetta da un medico, da un infermiere, da un tecnico di laboratorio o da un fisioterapista, comportamenti diversi. Pensate ad un medico che  seduto accanto al paziente sul suo letto, cominciasse a massaggiarne il collo…impensabile! Mentre possiamo benissimo concedere ad un infermiere di avere cura della pulizia del nostro intestino. Confini che si dilatano e si restringono secondo il ruolo ricoperto dall’operatore che si relaziona con noi.

E’ bene ricordare che il rispetto delle leggi sulla congruità del nostro operato è rispetto per lo spazio della persona. Un massaggio, il toccare in genere, sono atti di grande intimità e devono essere integrati con la comunicazione e con l’atto assistenziale o terapeutico. Il contesto deve giustificare ciò che facciamo e come lo facciamo.

 

Giugno 19, 2008

Il contatto con la persona anziana malata.

Il problema della sindrome ipocinetica sta interessando molti degli operatori che si prendono cura delle persone anziane e malate, sia a domicilio che in istituzioni.

L’anziano inattivo è maggiormente predisposto, ad esempio, a sviluppare problemi cutanei. I reparti ospedalieri e le case di riposo sono caratterizzate da un microclima che favorisce la crescita dei batteri comuni e l’instaurarsi di micosi. L’assunzione di alcuni farmaci, come ad esempio gli steroidi e gli antibiotici, rendono l’anziano più esposto al rischio di infezioni. Una volta contratta, l’infezione può danneggiare direttamente la cute o provocarne secchezza, arrossamento e fragilità che predispongono la persona anche indirettamente a sviluppare problemi cutanei. Completano il quadro la possibilità di diffusione di infezioni crociate, i problemi dati dalle pressioni mantenute e la macerazione da sudorazione od incontinenza.

Ma anche in condizioni abitative private l’anziano è a rischio quando affetto da obesità, quando da patologie cardiovascolari che ne limitino la tolleranza allo sforzo, quando il dolore cronico e le difficoltà motorie gli rendano difficile il prendersi cura della propria persona, della propria biancheria, della casa. Alcuni materassi datati od economici diventano veri e propri campi di coltura batterica e di miceti.

Ancora, situazioni di depressione, disturbi della memoria e delle prassie possono limitare la percezione e la capacità della persona anziana nei confronti del suo bisogno di pulizia.

Tali condizioni, che espongono l’anziano al rischio di lesioni cutanee, sono accompagnate da un fattore aggravante: la deprivazione da contatto.

Il contatto fisico tra le persone viene mediato dal contesto e dalle relazioni e, con l’avanzare dell’età, è sempre più limitato.

Il distacco dai propri cari, dalle persone conosciute a causa delle nuove organizzazioni familiari ed abitative porta la persona anziana ad avvertire un profondo senso di solitudine. Tale condizione è accompagnata spesso da una riduzione dei contatti sociali a causa della scarsità delle uscite di casa, vuoi per problemi di movimento, di affaticamento, vuoi per problemi di barriere architettoniche e problemi economici. Tutto questo si traduce in un grave impoverimento dei contatti, in particolare quelli con un significato affettivo. Tale deprivazione sensoriale ed affettiva peggiora durante la malattia e durante le ospedalizzazioni, in particolare se i periodi di malattia e dipendenza sono prolungati e comportano danni permanenti ed invalidanti.

Fin dagli anni ’90 sono stati condotti studi sull’influenza del tocco e del massaggio sullo stato di benessere della persona anziana. Sebbene i risultati siano stati incoraggianti anche in presenza di patologie, non esiste attualmente un corredo di linee guida basato sull’evidenza di efficacia.

Si sa che l’anziano trae beneficio dal contatto in condizioni di ansia e depressione soprattutto quando istituzionalizzato. Ma sono molti gli Autori che invitano ad eseguire con molta cautela il massaggio, a causa delle precarie condizioni di equilibrio cardio-vascolare e delle condizioni di fragilità cutanea diffuse tra le persone anziane.

La sintesi tra le due posizioni è ben rappresentata dalla ricerca di alcuni operatori esperti in merito alla possibilità di modificare le usuali tecniche di massaggio in modo che l’anziano possa beneficiarne, riducendo al minimo i possibili effetti avversi.

I fattori evidenziati in questi studi possono essere riassunti nei seguenti punti:

  • il massaggio nell’anziano è prevalentemente finalizzato al comfort e al benessere generale.
  • Il massaggio tradizionale, comunemente conosciuto come svedese non è indicato nelle persone anziane in quanto può indurre scompenso cardio-circolarorio, difficoltà respiratorie e lesioni cutanee da taglio e da strappo.
  • L’operatore che somministra il massaggio alle persone anziane dovrebbe essere sottoposto in precedenza ad un training accurato.
  • Le posizioni assunte dal malato e dall’operatore dovrebbero essere scelte in base al comfort del primo e alla tollerabilità del secondo.
  • Le zone preferibilmente massaggiate sono le mani, i piedi ed il dorso, quest’ ultimo tenendo il malato in posizione seduta o in decubito laterale.
  • La pressione del contatto deve essere leggera e delicata, possibilmente distribuita su tutta la superficie palmare della mano.
  • Vengono sconsigliati movimenti di stiramento e trascinamento della cute.

 

Tra i metodi che si sono accostati a questo problema segnaliamo i seguenti:

Comfort Touch © (www.comforttouch.com )

Nurturing Touch © (www.ghirotti.org/pubblicazioni/notiziario/2004_2/nurturing.htm )

Gentle Touch© (www.padmehealing.co.uk ).

Tutti questi approcci richiedono una certa abilità tecnica, acquisibile attraverso una formazione guidata, ma soprattutto una grande attenzione alla relazione con la persona malata.

 

Lozioni e lubrificanti.

Sia il Nurturing Touch che il Gentle Touch possono avvalersi dell’uso di sostanze lubrificanti sia per facilitare lo scorrimento delle mani sulla superficie corporea dell’anziano, sia per proteggere quest’ultimo da eventuali attriti ed abrasioni. Vengono sconsigliate sostanze come il talco, le soluzioni alcoliche e quelle a base minerale come la paraffina e l’ossido di zinco, per la possibilità di sviluppare effetti avversi.

Attualmente la sostanza lubrificante più consigliata è l’olio di mandorle dolci puro, spremuto a freddo in ambiente controllato.

In particolari condizioni è possibile miscelare l’olio di mandorle dolci con poche gocce di oli essenziali. Gli oli essenziali sono sostanze chimiche derivate da piante o da loro parti che devono essere usati con perizia per evitare effetti collaterali anche gravi. Il loro uso è quindi secondario ad una adeguata preparazione e ad un training appropriato.

Gli oli essenziali vengono utilizzati principalmente dagli infermieri del Regno Unito, di Australia e Nuova Zelanda, dove crescono piante come il tea tree e la manuka che offrono oli essenziali con particolari proprietà anti-virali e anti-fungine. Informazioni sull’uso degli oli essenziali e sulle diluizioni possono essere rintracciate sul sito: www.aromacaring.co.uk

 

Da Gesti di Cura

 

Bibliografia di riferimento

  • Kellehear A., “Complementary medicine: is it more acceptable in palliative care practice?” in Medical Journal of Australia 2003, 179(6 suppl): s46-s48
  • Montagu A., il linguaggio della pelle. Ed.Vallardi, 1989
  • Bonacini F, Marzi A. (2005)“Il Tocco come cura.” La rivista italiana di cure palliative. Numero 4 inverno
  • Buckley J. Massage and Aromatherapy massage: nursing and science. IJPN 2002, vol.8 n.6 pp. 276-280
  • Camporese, salute e benessere con gli oli essenziali, Tecniche Nuove ed.
  • Chaitow L. (1987) Soft tissue manipulation. Thorsons, Wellingborough
  • Cunico, L.Tricol, M.G.Cengia “Toccare per assistere” in Salute e territorio, n°134,pagg. 277-281. 2002
  • Redigolo D. ed altri Il processo comunicativo nella relazione d’aiuto, Rosini Firenze,1994
  • Holey E., Cook E., Evidence-based therapeutic massage. Churcill Livingstone, Londra 2003
  • Firenzuoli F., le insidie del naturale, ed Tecniche Nuove, Milano 2000
  • Hall T.(1982) La dimensione nascosta, Bompiani.
  • MacDonald G. (2004) Massage for the Hospital Patient and Medically Frail Client. Lippincott Williams & Wilkins
  • Urli N, L’ambiguità del corpo nelle cure infermieristiche, Ambrosiana ed. Milano 1999. 
  • Price S., Price L, trattato di aromaterapia. Guida professionale all’usoterapeutico degli oli essenziali. Red edizioni, Novara 2003
  • Sung Ok Chang, “The conceptual structure of physical touch in caring”in Journal of Advanced Nursing n°33, pagg.820-827. 2002

 

 

 

 

Giugno 17, 2008

Ad introduzione

Le caratteristiche e le potenzialità terapeutiche del contatto tramite il tocco dolce e il massaggio rappresentano un argomento tanto interessante quanto vasto.

Sono molti gli Autori che si sono lasciati sedurre dalla possibilità di delineare una classificazione del gesto professionale in assistenza e cura: tutti i tentativi sembrano degni di una approfondita indagine in quanto ci aiutano a riflettere sul potenziale insito nelle nostre capacità di utilizzare il tatto. Una bella ed utile disamina venne fornita da Angela Avis (1).

Attualmente si sta sviluppando una grande attenzione nei confronti di questo strumento. Lo testimoniano le numerose pubblicazioni (vedi bibliografia) che negli ultimi anni hanno riguardato questi argomenti. La nostra ipotesi è che il numero degli operatori che sviluppa una sensibilità nei confronti di questa caratteristica del gesto sia rappresentativo, ma crediamo che tale affermazione debba essere suffragata da una adeguata indagine conoscitiva. In particolare sarebbe interessante conoscere se gli operatori vedano la valorizzazione del gesto di cura come espressione della loro vicinanza solidale, colmando la lacuna del tocco tecnico essenziale. Oppure, se la ragione fosse che il contatto espressivo si sia dimostrato un utile complemento alla capacità di infermieri, fisioterapisti ed altre professioni di contenere l’ansia e il dolore della persona malata. Un’altra domanda che ci poniamo è se gli operatori abbiano modificato modalità operative pre-esistenti secondo un nuovo “stile”, o se siano ricorsi a procedure, tecniche o altri approcci completamente diversi. Vale a dire, se gli operatori abbiano preferito dotare i tradizionali atti di assistenza e cura di una manualità maggiormente intenzionale, o se abbiano introdotto nuove modalità di contatto, come nel caso di terapie complementari, accanto agli approcci tradizionali.

Sarà un lungo percorso quello che potremo iniziare insieme. E’ un invito a collaborare e a condividere le vostre esperienze, i vostri studi, le vostre tesi.

Patrizia Brugnoli

 

1.Avis A. Touch, Massage & Nursing. http://www.positivehealth.com/article-view.php?articleid=2325

2.Bonacini F, Marzi A. Il Tocco come cura. La rivista italiana di cure palliative, RICP. Numero 4 inverno 2005

3.Cunico, Tricol L., Cengia M. G., “Toccare per assistere” in Salute e territorio, n°134, pagg. 277-281. 2002

4.Ghelardi M., Trainotti N., Brugnoli P., La mobilizzazione dolce. in obbiettivo professione infermieristica, IPASVI  Firenze, n.1/2004. Pagg: 18-20.

5.Masera G, Poli N. VICINANZA E LONTANANZA ATTRAVERSO I GESTI DI CURA. Franco Angeli ed., Milano 2007

6.Mele C. Nell’assistenza infermieristical’utilizzo del contatto fisico, tocco-massaggio può essere d’aiuto per ridurre i sintomi psicofisici del malato? SCENARIO 1(2008): 5-8

7.Sung Ok Chang, “The conceptual structure of physical touch in caring ”in Journal of Advanced Nursing n°33, pagg.820-827. 2002

8.Urli N., L’ambiguità del corpo nelle cure infermieristiche, Ambrosiana ed. Milano 1999

9.Vickers A., (2002)”Evidence-based medicine and complementary medicine” in http://ebmh.bmjjournals.com/cgi/content/full/2/4/102  

10.Zago D., “Osservazioni e riflessioni critiche sull’esperienza del contatto di pelle”, in Nursing Oggi n°1, pagg.72-78. 2001.

 

 

Giugno 16, 2008

Primo incontro

Questo blog vuole rappresentare un luogo di incontro tra operatori della salute che avvertano l’esigenza di approfondire il tema del contatto. Speriamo che possa essere per molti un luogo di confronto e di condivisione di quelle osservazioni che talvolta non esprimiamo per mancanza di tempo, di fiducia nell’essere compresi. Salutiamo quindi tutti coloro che vorranno farci visita ed incontrarsi per partecipare ad uno studio sul significato del tocco in assistenza e cura.

Gruppo di studio Gesti di Cura