Trovarsi a 50 anni a cambiare completamente il proprio lavoro, in una specialità diversa da quella in cui ti sei professionalmente affermato, non è facile.
“Stai facendo la più grande stronzata della tua vita” tuonò il Capodipartimento di Medicina che si ritrovò fra le mani il compito coatto di disegnare con me un tempo di “riconversione professionale” da ginecologo a palliativista . Dopo due mesi in un Reparto Medico, a riprendere in mano gli strumenti della Medicina non specialistica (fonendoscopio, martelletto, terapie mediche), e non sapendo bene chi fossi e dove andassi, fui sbattuta nello studio del collega oncologo a cominciare a farmi un’idea di cosa fosse il reparto in cui mi sarei trovata a lavorare.
Notte buia. Visto che non dovevo imparare a far l’oncologo non mi fu dato né un foglio stampato dove studiare qualcosa per capire né fu detta una parola per spiegare cosa si facesse. Osservavo: non avevo nient’altro da fare…
Venne Liliana, smunta e spaventata… mentre attendeva per la visita mi raccontò che era lì per una biopsia ossea perché sospettavano avesse un linfoma. Il giorno prima aveva fatto una biopsia della tonsilla ma la pinza non tagliava bene e piangendo mi raccontò i ripetuti falliti tentativi di strapparle brandelli di tessuto… “Vedrà che qui non le succede nulla, non le faranno male…” “Ma è sicura??? È una biopsia ossea!” “Biopsia ossea: è semplicissima!” – e chi l’aveva mai vista fare?! -” in ogni caso io starò sempre vicina a lei, glielo prometto”.
Si spogliò e si distese sul lettino: la larga paccioccosa schiena tremava ed io vi appoggiai le mani per farle capire che ero lì, dietro la sua testa, non la mollavo. Assai preoccupata, osservavo nel frattempo il collega preparare una sorta di cavaturaccioli che evidentemente le doveva infilzare attraverso la cute, l’adipe ed il muscolo fino all’osso… Oddio! Il periostio trafitto, che male boia doveva essere… altro che “semplicissima”!
La schiena si rilassava sotto il calore delle mie mani. “Liliana – le sussurrai nell’orecchio mentre l’infermiera preparava il campo- vuole che le faccia un massaggio sulla schiena così si rilassa???” “Massaggio? Ma lei è ginecologa non fisioterapista!” “Si, son ginecologa ma ho fatto tanti corsi strani, sa, il Consultorio …. “. “E che massaggio mi fa?” “Una cosa carina, semplice… – dissi mentre mi sforzavo di inventare un nome nell’assoluta confusione delle emozioni contrastanti -… si chiama Kungh- Fun Cha! Si fidi…”.
Il gran dorsale non era più teso come la corda di un violino ma morbido come l’impasto di una soda pasta da pizza ed al suo “Ok” io via, ad impastare, con delicatezza come per non far smontare la levatura… Che altro può fare uno che fa una cosa che non ha mai fatto, se non pensare a qualcosa che sa fare bene? Il muscolo si lasciava “domare” ed io ne ero compiaciuta ma “ Oddio, se qualcuno lo racconta fuori di qui mi licenziano!- pensai continuando con gran lena il mio massaggio- Io non sono una fisioterapista…. ma adesso sono in gioco e devo giocare…” mi dissi fissando con terrore la punta dell’ago da biopsia pronta ad essere scappucciata, mentre riaffiorava alla memoria il piacere provato in un giochino della pioggia fatto nelle esercitazioni sulla corporeità alla scuola di sessuologia. Le dieci dita picchiettavano il muscolo qua e là, con un ritmo incalzante della pioggerellina che si trasforma in un tremendo acquazzone estivo e, mentre l’ago iniziava il viaggio a trafiggere, venne la grandinata con tutta la forza delle mie dita che si infilavano nel muscolo pronto ormai a lasciarsi penetrare e sollecitare ancora più in profondità. L’ago, dopo una serie di sicuri e veloci avvitamenti, fu tolto ed io tornai ai grossi goccioloni estivi privi ormai della consistenza del giaccio (le carotine dell’osso sono ormai deposte nei vasetti pieni di liquido chiaro, alle goccie fitte (si toglie la garza sterile e si fissa la nuova medicazione compressiva) e poi sempre più rade, al ritmo sempre più lento. Tic….tac, qua e là…
“Signora, scenda pure dal lettino e si rivesta” sollecita il collega infastidito da quel movimento fuori luogo delle mie dita, di cui forse solo adesso s’accorge.
“Dottore, forse lei non se lo ricorda! Io son qui oggi perché Lei mi deve fare anche la biopsia, non solo la visita”. Ci volle del tempo alla povera Liliana per capire che davvero tutto era finito senza che lei se ne rendesse conto: era incredula e contenta.
Io anche ma a quel punto realizzai che stavo vivendo la stessa situazione di quando in Consultorio dovevo infilare lo IUD nell’utero e , per evitare fastidiosissimi riflessi vagali nel superare l’orifizio uterino interno, ubriacavo le pazienti di stimoli diversi (uditivi, prevalentemente, visto che in quel caso le mie mani erano entrambe impegnate nell’intervento ) e la loro mente rimaneva ancora in tranquilla attesa d’essere informata su quando sarebbe giunto il “momento duro” fino al momento in cui io, con tutta tranquillità, mi sfilavo ormai i guanti e dicevo : “Ora può scendere, abbiamo finito”. “Ma come posso scendere ? non me la mette la spirale?” “già fatto…” “Ed io che aspettavo ed ascoltavo quella ricetta così strana di minestra di arachidi di cui parlavate con l’ostetrica mentre vi stavate preparando all’intervento…” “ Se non le è andata di traverso la minestra, può sempre provare a farla: è deliziosa e farà una gran bella figura con i suoi amici”. Nel PC ho ancora il file della ricetta che, a richiesta, ho anche stampato.
Son passati sette anni, Liliana sta bene ed ogni volta che ci incontriamo mi abbraccia e si rammarica che il massaggio Kungh- Fun Cha non esista davvero e non lo possa fare per star ancora meglio… Io le ho spiegato che è irriproducibile perché nasce dall’impossibilità di rimanere impassibili dinanzi al soffrire dell’altro e la professionalità è esattamente fare bene ciò che il proprio ruolo impone ascoltando il cuore, in quel contesto: ero un medico, avevo almeno l’idea che la sollecitazione della sensorialità poteva distoglier la mente dal concentrasi sulla paura e sul dolore, avevo due mani libere dal fare qualsiasi altra cosa e le ho usate come sentivo in quel momento di fare. Ero sicura come medico di non poterle, in ogni caso, fare del male ed ero del tutto impreparata, come lei, ad un simile esito finale, che non dipendeva solo da me: era stato il suo fidarsi di me, il suo abbandonarsi come una bambina fra le braccia della mamma che mi aveva guidato, dando competenza al mio movimento. Ma ben altro lei mi aveva regalato: il sapere di poter stare con tranquillità in Oncologia, con un ruolo diverso dalla cura della malattia, accanto alla sofferenza, per palliare, con gli strumenti professionali che via, via avrei acquisito ma soprattutto ascoltando con il cuore. Non ci sarebbe mai stata un’altra occasione di massaggio Kungh- Fun Cha fra di noi.
Esattamente come nel divenire madre, la circolarità del dare e ricevere, si basa sulla capacità di ascolto di ciò che l’altro ti dice: sei tu che fai il figlio solo se permetti al figlio di farti madre, con l’umiltà che deriva dal riconoscimento dei nostri inevitabili limiti, ma anche confidando sulle immense risorse che stan dentro di noi.
Se le risorse stan dentro di noi e dobbiamo trovare solo il modo di farle uscire nell’attrezzarci per la vita personale, altrettanto deve valere per quella professionale.
Troppi operatori vanno in pensione con dentro giacimenti di diamanti inesplorati: la paura di perdersi nello scendere nelle viscere non farà mai brillare la loro luce e li renderà scientificamente simili a pezzetti di carbone.
Annalisa
