Dicembre 8, 2008...10:21 am

Condividere l’osservazione.

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Riflessioni sulla affettività degli operatori.

 

In occasione di un incontro con gli operatori dell’Associazione Cattolica Operatori Sanitari (ACOS) a Siena ho potuto ascoltare e riflettere su alcune considerazioni fatte sui rapporti interprofessionali che vi riporto. Nonostante i diversi corsi sulla comunicazione e la progressiva sensibilizzazione del personale sanitario al “fattore umano”, sembra che una delle sfide più ardue rimanga la condivisione della interpretazione di un contesto, specie se questa condivisione avviene tra operatori di diversa professionalità. I fattori responsabili di questo difficoltà sono diversi, spesso personali, cosa che li rende a volte inafferrabili. Pur consapevole di tale limitazione, vorrei proporre una serie di ipotesi che mi sembrano argomenti alla cui discussione vorrei invitare tutti i lettori del blog.

Credo che da sempre gli operatori della salute sembrino patologicamente affetti da una mancanza di linguaggio comune che li fa sentire analfabeti quando si tratta di comunicare tra loro. Proprio come nella Babele biblica, sembriamo del tutto a disagio con le parole, a volte arroccati sul nostro lessico di nicchia, a volte convinti di non avere i termini. Reagire al disagio è spesso un viaggio in una sorta di rabbia, per cui ci si deprime e scattano difese che ci spingono a rifiutare il linguaggio dell’altro, o ci si dedica pervicacemente ad evitare qualsiasi gergo che possa apparire professionale. Comunicare non è facile, ci vuole una convinzione che ci spinga sia a renderci comprensibili sia a capire l’altro, oltre il desiderio di sostenere tale convinzione con i fatti. E tutto questo con buona pace di chi crede che lavorare in equipe sia facile.

Dobbiamo ammetterlo, ci mancano le conoscenze metodologiche per poter comunicare in modo efficace ed anche ( perché no?) emotivo. Non credo sia un caso che, come fisioterapista, comunico meglio con i colleghi dei reparti dove lavoro. Là dove mi mancano le conoscenze per comprendere una prassi dell’infermiere tendo a sopperire con l’affettività che deriva dalla conoscenza interpersonale, dalla condivisione dello spazio, del prendersi cura delle stesse persone. Per cui mi avvicino e chiedo con la presenza di chi è amico, di chi vuole capire e non giudicare. Allo stesso tempo, noto che infermieri ed OSS prendono l’iniziativa di chiedere informazioni, chiarimenti che possano rendere le mie azioni comprensibili. Non sottovaluterei questo tentativo di passare affettuosamente al linguaggio logico, anzi, lo vorrei prendere in seria considerazione. Chiamare le cose con lo stesso nome ci predispone a comprenderci meglio, ci aiuta a tradurre una esperienza diretta (fenomeno) in un racconto verbale. Questo racconto è pieno di informazioni, alcune evidenti, altre nascoste dalle pieghe del linguaggio. Credo che tra gli europei noi italiani siamo i più ricchi di significati nascosti tra le inflessioni della voce, tra le parole scelte non a caso, tra le omissioni studiate. Diciamo le cose in modo di raccontare un fatto, ma anche in modo da far capire, sotto sotto, come la pensiamo. Una volta capite le regole del gioco, molti di noi diventano abilissimi, sia a dire che a non dire. Senza criminalizzarci, passiamo a vedere come questo può tornarci utile nel nostro lavoro.

Potremmo ad esempio metterci intorno ad un tavolo, o davanti ad un caffè, e cercare di capire cosa intendiamo quando usiamo alcune parole. Oppure, potremmo cercare di distinguere nel nostro racconto di un fatto, ciò che è stato osservato, da ciò che abbiamo creduto di comprendere. …Molte delle nostre azioni derivano dalla convinzione di aver capito come stanno le cose, quando invece non è così. Altre convinzioni, se non errate, diventano dannose quando antepongono sentimenti personali di conflitto alla decisione più giusta da prendere. Eviterei di pensare che ciò significhi “bisognerebbe essere più buoni”. Mi piacerebbe invece che si potesse pensare a questo come ad un “ci piacerebbe riuscire a voler più bene a noi stessi, alla nostra professione, al malato che si affida a noi”.

Patrizia Brugnoli

1 Commento

  • Riceviamo e volentieri pubblichiamo il commento di Gianangelo Palo a questo articolo.

    Cara Patrizia
    Ecco alcune considerazioni? Riflessioni?emozioni?……che il tuo scritto ha prodotto in me.
    Innanzitutto non è indifferente il fatto che TU l’abbia proposto. Forse se fosse stata un’altra persona avrei reagito diversamente. Questo centra con la metodologia della comunicazione e/ o con quella che tu chiami la conoscenza della metodologia del comunicare.
    Sai quanto sono attento a questa parola METODOLOGIA, fa parte del programma di insegnamento con i miei alunni delle Scuole Medico Tecniche Svizzere e soprattutto è un termine che io uso molto anche in collegamento con l’etica che considero una descrizione laica della metodologia della vita.
    Sono convinto che noi seguiamo sempre un metodo anche se non lo sappiamo.
    Quando in presenza del buio io accendo un interruttore seguo una procedura automatica che obbedisce a un metodo che, se voglio essere riflessivo, riesco anche a sequenzializzare in una serie di procedure matematiche.
    Serve questa riflessione?A volte sì, e molto, perché permette una presa di coscienza e una possibilità di rendere pubbliche queste cose. A volte non serve perché funziona già bene e non deve essere inquinata da un pensiero non produttivo. Qui si apre tutto un versante di considerazioni possibili su quello che è conscio e inconscio, su quello che è manifesto e latente ,che tu accenni quando sottolinei come una parola o una frase apparentemente innocua ,ha sotto una serie di significati, a volte micidiali ,come giudizio sull’interlocutore o sulla realtà. La importanza della pulizia comunicativa, per cui non è indifferente dire che queste sono mie considerazioni o riflessioni o emozioni, la dice lunga sulla complessità del nostro linguaggio e sulla necessità di porre attenzione a quello che diciamo e a come lo diciamo. Per simmetria lo stesso può essere rivolto a quello che ascoltiamo!

    Si affaccia qui un’altra parolina magica INTERPRETAZIONE. Conversando ieri con una persona amica che mi paralava di un mio scritto , aggiungeva che era difficile perche c’era un termine che non riusciva a capire, la parola era ERMENEUTICA. Riferendomi a un discorso filosofico/teologico io ho usato questo termine con l’idea che fosse patrimonio comune nell’eventuale lettore, non era e non è così per cui ,se non viene colto il significato del termine sfugge tutto il senso del discorso Ermeneutica è infatti la scienza della interpretazione che si affianca alle regole metodologiche del comprendere a cui tu accennavi nel tuo scritto.

    Una delle regole fondamentali che l’ermeneutica ci ha insegnato è che un testo,o un linguaggio devono essere contestualizzate, per il fatto stesso che vengono prodotte in un certo ambiente. Non è pensabile un discorso fuori da un contesto, noi sappiamo che lo stesso termine può avere significati molto diversi se è pronunciato in ambito medico o in ambito psicologico. Penso al termine depressione che psichiatricamente è una patologia e che in psicoanalisi può essere un momento importante e ineludibile per una guarigione .Ma gli esempi qui si moltiplicano e ognuno ne può trovare quanti ne vuole, basta sapere che il linguaggio non è univoco ma va inserito in un contesto perché solo così ci si può capire. Anche quello che sto facendo adesso deve essere contestualizzato e vale se si è consapevoli che è una risposta data a una persona che si conosce,che si stima e che diventa un interlocutore privilegiato. Questo non vuole dire che lo scritto non possa essere proficuamente letto anche da altri, è però necessario sapere da chi è stato scritto e a chi è stato indirizzato.
    Chi lo legge può necessariamente immettere in questo testo parte di se stesso, è inevitabile non solo ma è anche arricchente perché un testo è valido quando non chiude il discorso ma lo apre.
    Io ritengo che la ricchezza di una comunicazione risieda nel fatto che sviluppa la mente, le emozioni e faccia pensare non solo di testa ma soprattutto di cuore. E’ solo così infatti che si dà vita a una comunicazione, che io chiamo sana, o che si potrebbe anche definire eticamente rilevante.

    C’è poi collegata una riflessione sulla inflazione delle parole o delle frasi che hanno assolutamente e bisogno di essere ricontestualizzate pena la rottura dei significati E’ ancora una legge della ermeneutica o della interpretazione che ci dice come doverosamente noi non possiamo stralciare dal contesto una frase e riprodurla asetticamente: per cui mi pare un ottimo esempio di sana ermeneutica quello che tu hai posto alla fine del tuo scritto con la traduzione dell’essere più buoni!

    Gianangelo Palo

    http://www.palogianangelo.it


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