Gli operatori di base sono consapevoli delle numerose implicazioni relazionali che il loro lavoro comporta: la partecipazione emotiva alla sofferenza e al disagio dell’Altro, la necessità di una riflessione etica costante nella pratica quotidiana, i rischi che possono nascere dalle proiezioni e dalle interpretazioni soggettive delle diverse situazioni, sono solo esempi dell’attenzione che il nostro lavoro richiede.
Credo si possa genericamente affermare che stiamo superando il timore di affrontare la problematica della partecipazione emotiva: abbiamo trasformato un tabù in un bisogno di competenze. Infatti è sempre più diffusa la pratica di buona comunicazione e laddove questa ancora tardi ad attuarsi, si cerca di introdurre una nuova competenza attraverso corsi di formazione.
Tuttavia, ritengo che non abbiamo ancora immaginato dove questa nuova competenza potrebbe portarci: credo che ancora non abbiamo compreso che dalla affettività possiamo imparare un nuovo modo di svolgere con cura il nostro lavoro. Ovviamente mi riferisco ad una affettività matura, gestita nell’ambito assistenziale entro i limiti della adeguatezza al contesto. Porterò un esempio. Durante una lezione ad un corso di formazione per operatori di area oncologica è stato chiesto ai partecipanti di spostare un loro collega seduto sul lettino delle dimostrazioni in posizione supina e di metterlo in modo che si sentisse comodo. Sono stati fatti alcuni tentativi infruttuosi, dopo di ché è stato suggerito ai partecipanti di pensare al loro stesso corpo e di pensare a come essi stessi si sarebbero sentiti comodi. L’esperimento ha portato ad un piccolo miglioramento. Quando invece la consegna è stata: pensate a questa persona con affetto, il successo è stato quasi completo. Non parlo di persone alle prime armi, si trattava infatti di operatori esperti, che da tempo svolgono servizio in reparto di degenza, con casi veramente gravi che riescono a gestire bene. Si tratta di quel genere di operatori ai quali ognuno di noi si affiderebbe volentieri. Eppure, nel contesto formativo hanno dato il loro massimo seguendo dei riferimenti affettivi, ripensando alle persone di cui si prendono cura, seguendo la loro capacità di entrare in una sorta di empatia corporea con questi malati. Questa capacità è secondo me una risorsa di un valore inestimabile che rischia di essere sottovalutata solo perché poco conosciuta e non ben analizzata. Considerare questa abilità una semplice questione di stile personale, un fattore caratteriale inconscio, porta gli operatori a non trasmettere come significativi quei valori e quelle capacità che trasformano un buon lavoro in un lavoro veramente buono.
Chi ha esperienza di formazione nel campo del massaggio e della gestualità degli operatori sanitari, sa che anche senza una particolare sceneggiatura (musica, profumi, luci abbassate…) il clima dell’ambiente si modifica durante il corso. Le voci tendono ad abbassarsi, vengono rispettati spazi e tempi per concedere all’altro di sperimentare la bellezza di un contatto gentile, anche semplicemente diretto ad un trasferimento.
Talvolta scappa la battuta, una risata che ha lo scopo di sollevare alcuni dall’evidente imbarazzo, dalla consapevolezza della forza di questi momenti, dal potere che hanno di farci sentire più uniti, più accettanti e rilassati nei confronti di quegli stessi colleghi che a volte ci fanno sbuffare, che ci irritano o che ci stanno poco simpatici. Ho riflettuto su quale sia il catalizzatore di questi cambiamenti e penso sia la presenza di un riferimento mentale alla persona malata. Credo che il nostro desiderio di svolgere bene il nostro lavoro si trasformi in una realizzazione professionale quando è evidente che la persona malata è soddisfatta dei quello che abbiamo fatto. Personalmente non credo ci sia niente di male, in qualche momento di grave difficoltà, a sopperire alle nostre mancanze con una partecipazione emotiva, anzi, sono convinta che questo possa talvolta aiutarci a trovare la soluzione, perfino quella tecnica, più adeguata.
Patrizia Brugnoli
1 Commento
Novembre 13, 2008 alle 9:54 am
Ho letto con molto interesse il suo articolo e sono in totale accordo.
La partecipazione emotiva è sicuramente un mezzo, uno strumento, una risorsa che può fare la differenza qualitativa non solo nelle relazioni professionali ma anche nel rapporto che abbiamo con noi stessi e con la nostra consapevolezza.
Massimiliano Tani