Agosto 25, 2008...8:38 pm

Osservando il gesto 2

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Fino ad ora abbiamo privilegiato la razionalizzazione delle osservazioni e delle loro interpretazioni solo in base a quanto potevamo vedere e ascoltare uditivamente. La ragione è il tentativo di percorrere a ritroso una strada che ci porti con maggiore consapevolezza a verificare l’importanza del tatto e del contatto fisico.

Il tatto è il primo senso a svilupparsi e il contatto è il primo veicolo di una comunicazione affettiva: fornisce protezione, dà la sicurezza di non essere soli ed è la prova della nostra identità in quanto soggetti sensibili, oggetto di cura e di amore. Esattamente all’inizio come alla fine della vita e in tutti i momenti critici della nostra esistenza, il tatto crea quel senso di sicurezza che ci permette di staccarci per andare incontro all’ignoto[1].

Il contatto è la prima esperienza di relazione[2] con l’ambiente esterno: esiste qualcosa che non siamo noi, quindi anche noi esistiamo, ci sono cose morbide e cose dure e un mondo di cose che provocano o non provocano piacere o danno dolore. C’è un confine tra noi e il mondo. Questo confine è composto dalla pelle e da uno spazio che noi giudichiamo personale e di cui abbiamo bisogno per vivere armonicamente.

Il testo di riferimento più accurato e conosciuto sul tatto rimane tuttora quello di Ashley Montagu (prima tr.it.1975) che risale ormai a qualche decennio fa. Più recentemente le diverse scuole psicologiche, etologiche e filosofiche si sono interessate del tatto prevalentemente come categoria cognitiva secondaria nei confronti della vista, e mancano grandi riferimenti all’esperienza tattile delle cure manuali se non in chiave di sviluppo. Dagli esperimenti sui primati di Harry Harlow (1959) ad oggi, esistono solo pochi studi di conferma (ovviamente a posteriori![3]) sul fatto che la stimolazione tattile sia fondamentale anche per i neonati umani. Mazzeo (2003lamenta tale mancanza e sostiene al contrario che il tatto sia l’organo di senso fondamentale non solo per lo sviluppo del singolo individuo, ma anche per l’organizzazione affettiva e sociale umana. Il suo interessante lavoro è utile inoltre per la rassegna della bibliografia sull’argomento che mostra qualche interesse anche per le nostre considerazioni. Per l’Autore, infatti, la sensibilità tattile si distingue in somatoestesia, senso passivo di ricezione degli stimoli diffuso su tutto il corpo e manualità aptica, percezione attiva e manipolativa che ci mette in relazione con l’ambiente in cui viviamo. Considerando la nudità persistente del corpo dell’uomo confronto a quello degli animali, e quindi anche la sua fragilità, egli ha dovuto sviluppare la capacità di prendersi cura dei propri piccoli e di modificare l’ambiente e costruire manufatti per poter sopravvivere. In questa direzione, ma in modo estremante tecnico, vanno gli studi di Susan Lederman e Roberta Klatzky del 1987[4], che hanno rilevato che il tatto manuale è particolarmente adatto alla percezione della tridimensionalità. Le Autrici distinguono un sottosistema sensoriale, deputato alla percezione di caratteristiche tattile, termiche, nocicettive e cinestesiche, ed un sottosistema motorio- manipolativo, tra loro distinti ma interdipendenti. Il primo sottosistema entra in contatto con l’oggetto/ambiente, il secondo lo esplora secondo una serie di tecniche manipolative denominate procedure esplorative. Le principali tecniche esplorative sono:

·         movimento laterale: consiste nello strofinamento delle dita su un’area omogenea dell’oggetto per percepirne la tessitura,

·         pressione: le dita e il palmo premono una parte dell’oggetto per verificarne la consistenza e la durezza;

·         contatto statico: è quello che facciamo per percepire la temperatura di un corpo;

·         presa senza sostegno: l’oggetto nella mano viene soppesato, includendo l’attività di tutto l’arto superiore;

·         chiusura (enclosure): con cui la mano avvolge l’oggetto per percepirne dimensioni e forma;

·         seguire il contorno: è un movimento complesso con cui una delle mani tiene l’oggetto (chiusura) e l’altra ne segue il contorno (movimento laterale);

·         prova di movimento parziale:tende a verificare i rapporti tra eventuali parti mobili che costituiscono l’oggetto;

·         prova funzionale:la mano cerca una funzione specifica alla quale l’oggetto sia deputato.

La pressione è la tecnica più specializzata, mentre la chiusura è quella più generica e versatile.

Se ci soffermiamo a riflettere sui movimenti, potremmo quasi distinguerne l’utilizzo all’interno dei nostri gesti operativi e di contatto. Ma per proseguire il nostro discorso è ora necessario trasferirci sul versante professionale.

 

Bibliografia

Borgogno F.(1981) Borgogno F. L’illusione di osservare. Giappichelli,

 

Di Carlo A.(1984) Di Carlo A., “Osservazione e apprendimento” QUADERNI DI PSICO-TERAPIA INFANTILE,n°4 Borla,

 

   Harlow, H.F. (1959) ”Love in infant monkeys”. In: Scientific American, 200, pp. 68-   74.

 

      De Hennezel M.(2002) M. de Hennezel la dolce morte. Ed BUR,Supersaggi,   Mazzeo M   Mazzeo M.,.(2003)   tatto e linguaggio. Editori riuniti, Roma   

Montagu A.(1989) Montagu A., il linguaggio della pelle, Ed.Vallardi, 1989.

 


[1] Come dice Marie de Hennezel nel suo libro La dolce morte, vedi bibliografia.

[2] Se riflettiamo sulle nostre esperienze in cure palliative, ci sembra quasi che, alla fine della vita, il percorso venga coperto al contrario.

[3] Harlow separava le piccole scimmie dalle madri e le metteva isolate in gabbie contenenti surrogati materni inanimati. Le scimmie con madri costruite in filo metallico mostravano problemi affettivi e di comportamento(!!!)

[4] Riportato da M.Mazzeo, 2003

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