Agosto 25, 2008...8:38 pm

Osservando il gesto 1.

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La convinzione etica che ci predispone all’ascolto e alla sospensione di giudizio ci permette di collocarci anche come osservatori di un contesto relazionale.

Da tempo molti operatori hanno abbracciato il presupposto che ogni interpretazione possa essere viziata dalle aspettative e dalla forma mentale di chi osserva[1]. Le variabili che danno significato al movimento di una persona dovrebbero innescare una serie di riflessioni riguardo il contesto spaziale ambientale in cui agisce, la relazione od il legame che l’osservatore ha instaurato con lui ed altre ancora. Ma prima di tutto, viene ritenuto necessario darsi tempo, tempo di verificare, di osservare meglio, di dubitare.

Ognuno di noi sa che una certa identificazione è necessaria per cercare di comprendere l’altro, ma perdere il senso del confine nelle relazioni d’aiuto comporta alcuni problemi. Il mantenimento dei reciproci confini aumenta la capacità di apprendere da parte dell’operatore, che può permettersi di continuare a sentirsi empatico con il suo paziente ed a portare il suo contributo professionale non abbandonandosi alle sue istanze emotive personali. La fiducia che il rispetto di questa regola comporta conduce ad un tacito accordo, ad una sottointesa alleanza tra i due poli della comunicazione, che quasi sempre coincide con il successo del rapporto stesso.

Tutto ciò si riferisce ad un modello teorico, ma può assumere toni un po’ più realistici se consideriamo il fattore delle interferenze all’interno di una comunicazione. Il rumore che più raramente tendiamo a considerare è la nostra stessa mancanza di serenità: la confusione tra le nostre necessità psicologiche e quelle del paziente, tra motivazioni soggettive e realtà.

“Il problema dell’osservazione è un complesso problema conoscitivo e, al tempo stesso, un problema di maturazione emotiva legato alla vita di relazione”(A. Di Carlo,1984)

 

L’osservatore può apprendere dalla riflessione sulla propria esperienza mentre osserva in silenzio e in ascolto dell’altro, ma non solo. La consapevolezza che la propria osservazione è comunque soggettiva, permette di mutare il proprio atteggiamento da intrusivo in accogliente, da inglobante a partecipante.

Si tratta di un processo che coinvolge l’osservatore, l’osservato, e non solo: permette di cogliere la realtà relazionale inserita nel suo contesto ambientale perché anche l’ambiente diviene oggetto di osservazione. Le sue componenti possono essere percepite per quanto risvegliano nell’osservatore, che ne riconosce l’importanza, la capacità di impatto su di lui, sul paziente, sulla relazione.

Osservare è imparare anche a tollerare certi livelli di ansia, di impotenza, di attesa che questo processo comporta.

Chi osserva in questo modo acquisisce delle capacità di accettazione, di autocritica, di dubbio e di attesa che meglio si accordano secondo noi ai principi etici di solidarietà e alla professionalità di un operatore sanitario.

Questo modo di partecipare alla realtà comune stabilisce tra l’operatore e la persona malata una sorta di sodalizio che si riflette anche sull’operatore come apportatore di emozioni e di valori.

Imparare ad osservare è quindi una questione di etica, di preparazione e di competenza professionale.

Ciò che è stato finora esposto risulta valido in particolare per tutti quei casi di trattamento che utilizzano tecniche corporee. Il contatto fisico permette infatti un dialogo immediato, privo di sovrastrutture culturali e quindi inconsciamente emotivamente coinvolgente.

Dato l’impatto che questo tipo di approccio può avere sull’operatore è consigliabile sottoporre le proprie osservazioni ad una supervisione. In tale sede sarà possibile condividere anche le proprie riflessioni sulle proprie sensazioni durante l’osservazione.

E’ importante distinguere i livelli di profondità dell’osservazione, ed è soprattutto importante non confondere quello che si crede di vedere con la realtà effettiva del fenomeno.

 


[1] Cfr. F.Borgogno, 1981.

 

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