Giovanna è una donna non più giovanissima che conserva una tenacia e una voglia di vivere che traspare dalla sua aggressività, il suo interesse vivace per ciò che succede al di fuori della sua stanza da letto dove è confinata per la maggior parte del suo tempo, tempo breve. Il dolore accusato viene controllato dopo vari tentativi resi difficili dall’intolleranza di Giovanna verso le sostanze che le procurano sonnolenza od eccessiva astenia. L’infermiera referente del caso segnala la signora alla fisioterapista sia per i problemi dati dalla debolezza che per le difficoltà che Giovanna manifesta nel mantenimento delle posizioni obbligate e l’incapacità di assumerne di più funzionali.
Giovanna non ha metastasi ossee, anche se soffre per le ripetizioni multiple del tumore polmonare per il quale ha subito una lobectomia superiore destra per via toracotomica quasi un anno prima dell’incontro con la fisioterapista. Il torace non è approcciabile in alcun modo. A Giovanna non viene chiesto di spogliarsi, rispettando quella che sembra una sua grande preoccupazione. Dall’intervento toracico in poi non si è mai affrancata dal sostegno di una fascia elasticizzata, anche se questa le comprime le coste e le rende più difficile la ventilazione. Viene scelto un contatto indiretto chiedendo a Giovanna di toccarsi il braccio e poi la spalla omolaterale alla lesione. Le viene insegnato come toccare, con lentezza e pressione, nello stesso modo che utilizziamo per lenire il dolore da immobilità. Nel corso delle sedute successive, Giovanna arriva a toccarsi lo sterno e poi all’addome ed infine al seno destro. E’ stupita di riuscirci: non si era mai più toccata il lato destro del corpo dal giorno dell’intervento. Progressivamente guadagna la posizione seduta e poi quella eretta che le permette di girare per casa, controllare lo stato di salute delle sue piante e i procedimenti con cui la figlia cucina l’arrosto.
Il giorno in cui è evidente che può fare questo da sola, Giovanna chiede alla fisioterapista di tornare a letto e di riprendere il lavoro sui tessuti del torace. Le parestesie che hanno risvegliato la sensibilità sopita della zona devono essere guidate verso una sensibilità più tollerabile, ma è contenta di essere tornata a percepire il suo corpo. All’improvviso piange: dice di non poter accettare la ferita che a quasi un anno dall’intervento è ancora rossa e che le deturpa il corpo ed anche lo spirito. Non riconosce più il suo corpo e talvolta nemmeno i suoi pensieri, ma il lavoro sul corpo la sta ridisegnando come se potesse incollare tra loro i pezzi del suo corpo ferito.
La fisioterapista insegna a Giovanna altri modi di usare le mani e di toccare con cura la sua parte ferita, solo che questa volta glielo dimostra direttamente proprio su quella parte che prima era inavvicinabile, anche se rispettando la presenza della maglietta di cotone. La signora inizia e poi, stanca, fa continuare l’operatrice che smette solo quando Giovanna glielo chiede. Per tutto il tempo rimane concentrata e non si assopisce, chiedendo ogni tanto alla fisioterapista di dirle cosa sta toccando.
Al termine dell’esperienza la signora parla del suo carattere, del suo sentirsi se stessa di nuovo, anche se ferita, anche se costretta sempre più a trovare conforto nei farmaci antidolorifici che ora tollera con più serenità.
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2 Commenti
Agosto 21, 2008 alle 2:37 pm
Talvolta le persone malate esprimono come causa della loro sofferenza un sentimento di smarrimento dato dal fatto di non riuscire a riconoscere il proprio corpo, fino a non sentirsi più se stessi. E’ un’esperienza comune, legata al passare del tempo, ai piccoli acciacchi che si insinuano e prendono dimora in noi. Ma nel caso delle persone malate questa consapevolezza è talmente importante da assorbire tutta la loro attenzione, la loro disperazione, limitando fortemente le risorse che potrebbero destinare a colmare i loro pensieri le loro giornate e a raggiungere un piccolo benessere.
La disperazione dell’estraneità di una parte di sé si accompagna alla sensazione della sua ribellione, del suo tradimento. Il senso di espropriazione che la malattia, e talvolta le stesse cure possono produrre nelle persone è un fattore di sofferenza che dovrebbe secondo me divenire un parametro da considerare per perseguire una migliore qualità di vita.
Patriziabr
Agosto 21, 2008 alle 2:56 pm
Dalla neurologia abbiamo appreso come le percezioni giungano ai centri cerebrali e come interagiscano sia provocando reazioni, sia formando ricordi. Le percezioni che ci giungono dal confine esterno del nostro essere, come dall’interno vanno a disegnare una specie di mappa sensoriale del nostro corpo le cui coordinate costituiscono il nostro Schema Corporeo. Al contrario, perché si formi il concetto di Immagine Corporea e perché, soprattutto, abbia un senso per quella persona, è indispensabile collegare percezioni e vita affettiva, ed iniziare da molto lontano.
Per alcuni Autori sembra che il bambino abbia fin da subito un grande interesse per la sua integrità, anche se è difficile stabilire quale sia la sua capacità di discernere il proprio corpo dall’ambiente circostante. Oltre che l’interesse fondamentale per il soddisfacimento dei propri bisogni, esiste una idea primordiale dell’identità personale come unità. Ci sembra importante sottolineare che, sia per il soddisfacimento, come per la frustrazione è necessario un mondo con cui rapportarsi, di conseguenza, lo sviluppo dell’immagine corporea è strettamente connesso alla relazione affettiva con l’ambiente.
La madre è considerata nella tradizione popolare il primo oggetto d’amore, ma alcuni Autori sostengono che il primo investimento affettivo del bambino sia proprio sul suo corpo, sulla sua entità percepita e vissuta (anche grazie alle cure della madre) nel suo insieme e nelle sue parti. Grazie all’amore per sé, che gli viene confermato dalla figura di riferimento, si forma la sua struttura portante, sia fisica che affettiva, come hanno dimostrato i numerosi e talvolta crudeli esperimenti sulla deprivazione sensoriale ed affettiva della fine degli anni ‘50 .
Una volta completato il suo sviluppo psicomotorio, il bambino può quindi diventare persona, con il suo schema corporeo, con la sua immagine corporea e con l’immagine di sé può entrare in relazione da soggetto con gli altri.
Questo processo, che abbiamo estremamente semplificato, non scorre linearmente: può accelerare, rallentare, arrestarsi, tornare indietro per poi recuperare, oppure per confondersi. I fattori che fanno di noi quello che siamo sono innumerevoli e comprendono anche forze ed esigenze profonde che sembrano non avere una ragione. Siamo alla continua ricerca di consolidare e di modificare la nostra immagine corporea per adattarla al nostro vissuto, allo stesso modo in cui impariamo a reagire alle situazioni quotidiane. Tale continua variazione può avvenire in relazione ai diversi momenti della nostra vita, ma una malattia grave che la minacci e che lasci una traccia fisica richiede una grande sforzo di elaborazione.
Non tutte le parti del nostro corpo sono interessanti allo stesso modo: ci sono zone predominanti anche simbolicamente, come la pelle, le mani e gli occhi, e il volto in generale che entrano nella maggioranza dei nostri modi di dire (ed i modi di dire sono significativi perché appartengono alla associazione delle immagini!).
Quando pensiamo a noi stessi, (ed anche quando non ci pensiamo affatto), sia che siamo svegli o che dormiamo, non possiamo fare a meno di sentirci, comportarci, sognarci come un’entità allo stesso tempo corpo e pensiero, una struttura unica ed irripetibile, che possiamo riconoscere e che chiamiamo Identità.
Molti degli Autori che hanno studiato e scritto sullo schema corporeo usano come sinonimo la parola Immagine, questo è corretto perché non possiamo scindere la complessità della nostra identità, che è ad un tempo biologica, psicologica e sociale. Il prodotto del giudizio che possiamo emettere nei confronti del nostro aspetto fisico, i sentimenti, anche quelli che non ci rendiamo conto di avere come il timore o il desiderio del giudizio degli altri, gli atteggiamenti che inconsciamente prendiamo per comunicare lo stato emotivo in cui ci muoviamo, fanno parte di una parte speciale di noi.
Noi rivestiamo questa nostra parte con abiti, comportamenti, maschere che ci servono di volta in volta, ma da cui traspare comunque, nostro malgrado, un po’ di quella autenticità. Questo lato è la parte di noi che gioca e che entra in relazione con gli altri, è il nostro volto, la nostra Immagine. La nostra Immagine è creativa, vitale, spesso ironica ed in grado di mettere in atto alcune difese per mantenersi integra: comprende anche i ruoli che desideriamo ricoprire e che investiamo affettivamente consolidando la nostra autostima e il grado di soddisfazione che ne ricaviamo.
L’Immagine ha un suo linguaggio, o per meglio dire un codice di comunicazione, dato che si esprime solo in minima parte con le parole, e preferibilmente con il movimento, le espressioni, le modulazioni della voce e del tatto che costituiscono la comunicazione non-verbale corporea. Questa modalità di espressione non consapevole è patrimonio genetico e culturale della specie e dell’individuo, e come tale è presente in ognuno di noi.
Ed è presente anche durante e dopo una malattia importante, anche nel periodo che precede la fine della vita.