Gli studi della psicologia dell’ultimo secolo inerenti il legame tra sensibilità cutanea, relazione e linguaggio sono particolarmente interessanti. Lo psicologo Marco Mazzeo (2003) ha ben riassunto le diverse posizioni assunte dalle scuole cognitiviste, comportamentiste e gestaltiche. Nel suo testo vengono riportati i principali studi sulla sensibilità tattile e le diverse teorie filosofiche sulla presenza dell’essere umano al mondo e nell’ambiente. In particolare l’autore attribuisce alla nascita prematura dell’essere umano e alla sua fondamentale debolezza e scarsa specializzazione alla sopravvivenza non solo l’alta versatilità manuale, ma anche la nascita dell’affettività, della socialità, del linguaggio e della cultura. Inoltre, il carattere riflessivo della somestesia, favorito dalla nudità della pelle, sarebbe responsabile della capacità empatica di leggere negli altri proprie esperienze corporee. Attraverso il contatto manteniamo un legame con il mondo e con gli altri. Il contatto tra le persone e tra le persone e le cose è sottoposto a criteri di accettabilità sociale. Infatti, il concetto di contatto è in stretta relazione con il concetto di spazio e con quello di distanziamento, o prossemica, che definisce la dimensione che ognuno ritiene indispensabile per le relazioni sociali, per mantenere la dignità della propria immagine, per la comunicazione di diversi tipi di immagine (professionale, di ruolo, nei rapporti affettivi…). Ad esempio: la vicinanza da tenere in un colloquio dipende dal rapporto che abbiamo con il nostro interlocutore, lo spazio che occupiamo in un ascensore dipende dal numero di persone che lo occupano nello stesso momento, il modo in cui posiamo una borsa dipende se la stanza è nella nostra casa, o in una stanza d’albergo, o a casa di altri, etc… Queste leggi del vivere sociale sono talmente radicate da essere diventate inconsapevoli e sono valide fino alla morte per ognuno di noi (T. Hall,1982).
Ciò ci riporta alla necessità avvertita dagli operatori sanitari di parlare del gesto stabilendo un codice che non solo descriva le nostre azioni, ma le colori del loro significato affettivo ed etico.
Per lungo tempo è stato considerato inopportuno parlare con altri di questi argomenti al di fuori dell’ambito poetico, veniva anzi considerato inappropriato porsi domande sui propri sentimenti e fare considerazioni esistenziali che scaturiscono dal momento del contatto. Le implicazioni moralistiche ed i tabù sociali hanno portato anche gli operatori sanitari a nascondere pensieri, scoperte e pratiche manuali sviluppate nella tacita consapevolezza di saper toccare chi soffre. Mentre le esperienze lavorative, affinando le osservazioni, ci hanno portato a costruire un nostro proprio patrimonio tattile e ad acquisire uno stile personale, questa qualità è stata purtroppo a lungo attribuita al buon senso e ritenuta avulsa dalla competenza professionale tecnica rispetto alla quale godeva di minore dignità.
Considerare un tale patrimonio di conoscenze un fatto privo di importanza, come facessimo la cosa giusta perché dotati di un particolare gene del tatto, porta il tema su un terreno che tende erroneamente a separare l’esperienza dalla professione. Il silenzio ha a lungo svalutato un patrimonio da cui è ora possibile apprendere.
Bibliografia
Hall T., La dimensione nascosta, Bompiani, 1982.
Mazzeo M.,Tatto e linguaggio. Editori riuniti, 2003