Luglio 16, 2008...12:45 pm

Il gesto di cura e le posizioni obbligate

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Il dolore posturale è un concetto conosciuto in base all’esperienza: chi di noi può tollerare di rimanere per ore nella stessa posizione, anche se scelta liberamente tra le più comode? Per non parlare delle estenuanti fatiche turistiche durante viaggi o visite ai musei, che ci impongono un ritmo non personale e ci costringono ad uno spazio da condividere con altre persone, e quindi obbligato.

Trasferiamo ora questo senso di disagio immaginando come può tradursi per la persona allettata: posizione fissa, acquisita passivamente, mantenuta per periodi lunghi, modificata con ritmi non personali e in uno spazio limitato, gestito da altri.

L’immobilità, l’inadeguatezza delle riserve metaboliche, l’ansia e l’impossibilità di controllare il proprio corpo o l’ambiente, generano un disagio profondo, un dolore da posizione, aggravato dalla necessità di mantenerla obbligatoriamente.

Per la persona con stato avanzato di malattia, allettata e con impossibilità di eseguire movimenti, di solito riteniamo più adatto un approccio più lento o anche semplicemente più cauto. Queste persone hanno paura del dolore e l’aspettativa di venire spostati genera sempre ansia e contrazioni di difesa. Per non attivare tali reazioni è fondamentale avere un approccio più attento, accompagnato da una comunicazione adeguata.

Anche il tono delle nostre mani, inteso come forza espressa nel contatto, deve potersi modulare secondo le superfici e i tempi del movimento. Fino a che non meriteremo la fiducia della persona di cui vogliamo prenderci cura ogni tentativo tenderà a provocare dolore.

La posizione supina è quella maggiormente riscontrata nelle persone allettate: consente alla persona di controllare visivamente l’ambiente, di comunicare con le espressioni del volto e di essere controllata a sua volta. Per qualsiasi funzione sociale e per il momento dell’eventuale alimentazione, in cui si provvede a sollevare il busto e la testa, la persona si presenta frontalmente nella maggioranza delle situazioni.

Lo svantaggio presentato da tale posizione è che l’attenzione si focalizza sulla parte anteriore del corpo, mentre il dolore viene quasi sempre riferito alla parte posteriore. Ciò va ricordato in particolare quando la persona non fosse in grado di comunicare e fosse tenuta su un presidio antidecubito.

Personalmente, utilizzo un modello di approccio alla persona supina che mantenga presente anche la parte posteriore del corpo e faciliti non solo gli appoggi al piano del letto, ma anche preparare la persona ad altre eventuali pratiche inducendo un certo rilassamento.

I cingoli vengono accompagnati agendo alla radice degli arti: una mano si introduce cautamente tra le spalla, o l’anca della persona stesa e il piano di appoggio mentre l’altra contiene leggermente l’articolazione. Quando l’operatore avverte la pressione tipica dell’abbandono significa che la persona è pronta per farsi posizionare. A questo punto la mano sottostante traziona leggermente verso l’esterno i tessuti con cui è entrata in contatto, riadagiando la zona sul materasso. Si tratta di un gesto semplice, reso complesso unicamente dalla capacità che l’operatore deve acquisire per avvertire le pressioni ed i tempi in cui può essere compiuto.

A questo riposizionamento possono seguire altre manovre, come ad esempio il massaggio.

Al contrario, se preceduto da tecniche di desensibilizzazione, può consentire un rilassamento preparatorio al sonno o all’azione del farmaco analgesico o sedativo.

 

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